Tuesday, November 16, 2004
Thursday, November 04, 2004
soli
Wednesday, November 03, 2004
stronza
Full House.
Full House, Wes Montgomery.
Nella sala una batteria piccola, da Jazz, un piano "aperto", la custodia ingombrante del contrabbasso; il solito stillicidio di fogli foglietti aste leggii; qualche avventore già al secondo giro, nonostante siano solo le nove. Le coppiette presenti già si parlano fitto, il concerto, come spesso accade, è solo un pretesto. Una dozzina di persone finora, non di più, ma l’aria comincia già ad essere pregna di fumo, dell’odore del legno degli strumenti appena usciti dalla custodia. Il posto è molto intimo, c’è un caminetto, molti tavolini, corridoi stretti. I musicisti sono ancora intenti a scambiarsi opinioni su questo e quello standard, decidere la scaletta e accordare gli strumenti. Arriva anche il chitarrista, nella penombra spicca il fucsia della custodia Gibson. L’aroma forte del whisky torbato riempie le narici anche a chi non ne beve. L’odore del tabacco si fa più persistente, vengono accesi anche sigari e pipe. Ora sono in tanti, e il posto, tutto sommato, è piccolo. Si attacca con Full House, uno standard mid-tempo, la batteria ha "quel" suono, anni ’30, quello dei locali per soli neri, il tocco metallico delle spazzole sui piatti ipnotizza, il sax tocca note irraggiungibili, le note alte del pianoforte ricordano una danza. Anche ai tavoli l’atmosfera cambia dopo qualche pezzo. Dita si intrecciano, mentre fuori la pioggia segna i vetri del locale. Dopo qualche pezzo di riscaldamento, un lento ci avverte del vero motivo per cui siamo qui, io e te. I cocktail cominciano a farsi sentire, si parla di più, ma anche il bisogno di prendere un po’ d’aria aumenta: "vado un attimo fuori, ho bisogno di respirare" "ti seguo ". Il cambio di temperatura è notevole, ma la pioggia rende tutto più romantico. Un bacio senza musica non è la stessa cosa, non trovi?
